Esiste un potenziale democratico, sancito dai Trattati europei, che la politica ufficiale spesso preferisce ignorare, e risiede nella capacità dei cittadini di scavalcare l’inerzia delle istituzioni e imporre le proprie priorità attraverso strumenti giuridici già esistenti, come le iniziative dei cittadini europei e le assemblee dei cittadini. Dell’impatto della democrazia partecipativa, e della necessità di rendere strutturali tali strumenti, si discuterà a Parigi dal 5 al 7 febbraio durante il 4° Congresso di Eumans.

Marco Cappato, il fondatore di Eumans, sottolinea in un’intervista a Euractiv Italia, come l’attivismo civico possa evolversi in un vero e proprio potere legislativo. Pilastro di questa visione è l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE): uno strumento di democrazia diretta che permette a un milione di cittadini, provenienti da almeno un quarto degli Stati membri, di invitare ufficialmente la Commissione a proporre un atto giuridico. Insieme alle assemblee estratte a sorte e ai referendum, queste pratiche non sono più esperimenti isolati, ma meccanismi regolati che permettono alla società civile di integrare e “pungolare” la democrazia rappresentativa.

Il caso più recente è quello dell’Iniziativa dei Cittadini Europei My Voice My Choice: oltre 1,2 milioni di firme raccolte in tutta l’Unione hanno obbligato la Commissione europea a pronunciarsi sull’accesso all’aborto sicuro. Un risultato concreto che dimostra come, anche in assenza di consenso politico tra gli Stati membri, i cittadini possano forzare l’agenda istituzionale. Altre iniziative analoghe sono attualmente in corso.

In diversi Paesi europei, processi di democrazia deliberativa hanno già prodotto effetti legislativi tangibili: in Irlanda, una Citizens’ Assembly composta da 99 cittadini ha preparato il terreno per referendum che hanno cambiato la legge su aborto, eutanasia e matrimonio egualitario; in Francia, la Convention Citoyenne pour le Climat ha formulato 149 proposte su emissioni e transizione ecologica, alcune delle quali sono confluite nelle decisioni legislative; nel Regno Unito, la Climate Assembly UK ha influenzato il dibattito parlamentare sulle politiche climatiche.

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Quando e perché gli strumenti di democrazia partecipativa europea riescono davvero a “sbloccare” la politica istituzionale? Nel caso dell’Iniziativa dei Cittadini Europei My Voice My Choice, cosa ha funzionato concretamente e cosa invece resta ancora un limite strutturale di questi strumenti?

Il ruolo dei cittadini nelle decisioni dell’Unione europea è quasi nullo, inferiore persino al loro ruolo nelle democrazie nazionali, perché almeno lì i Parlamenti hanno un reale potere politico, ancorché decrescente.

L’unico strumento di partecipazione collettiva sono le “Iniziative dei Cittadini Europei”, attivabili con almeno 1 milione di firme da almeno 7 Stati membri. E’ uno strumento di per sé debolissimo, perché la Commissione può rispondere negativamente (il che è giusto: 1 milione di persone sono comunque una relativamente piccola parte della popolazione) anche contro il parere del Parlamento europeo.

La forza di My Voice My Choice è stata di non limitarsi alla raccolta firme, ma di agganciare ad essa una reale mobilitazione sociale paneuropea, non solo digitale ma anche fisica, su un tema come l’aborto che resta centrale in tema di libertà fondamentali e diritti della donna.

Ora facciamo pressione sulla Commissione europea perché accolga la proposta di riconoscere l’aborto sicuro come un diritto da garantire in tutta Europa.

Dalle assemblee dei cittadini in Irlanda, Francia e Regno Unito emerge un modello replicabile a livello UE? Quali condizioni politiche e istituzionali servono perché raccomandazioni elaborate da cittadini estratti a sorte si traducano davvero in decisioni o leggi, e non restino solo esercizi consultivi?

L’Unione europea aveva già iniziato ad abbracciare lo strumento delle Assemblee di Cittadini estratti a sorte, nell’ambito della Conferenza per il futuro dell’Europa che von der Leyen convocò per coinvolgere i cittadini nella riflessione sulle riforme europee.

La prima condizione per farlo diventare un esercizio utile è quello di prendere sul serio le proposte. Purtroppo, non c’è stato un lavoro sistematico di analisi e dibattito istituzionale sulle proposte uscite dai cittadini.

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La seconda condizione è che non si tratti di esperimenti estemporanei e isolati, ma di processi di lungo periodo ai quali garantire continuità. Anche in questo caso, purtroppo la Conferenza per il futuro dell’Europa è andata nella direzione opposta, smantellando la piattaforma partecipativa creata in quella occasione, e che invece avrebbe dovuto essere trasformata nella piattaforma della democrazia europea, integrando gli strumenti di partecipazione nazionale e locale.

In questo contesto, che ruolo può giocare un movimento come Eumans nel rafforzare questi strumenti a livello paneuropeo? Si può parlare, guardando anche ai dati, a un’evoluzione strutturale della democrazia europea o a esperienze purtroppo ancora episodiche?

Se è vero che l’Europa unita e democratica non si riesce a costruire solo attraverso accordi di vertice tra Governi, allora è evidente che servono organizzazioni concepite per operare direttamente nella dimensione europea, senza il filtro di capitoli nazionali attraverso il quale fare passare i cittadini, che devono quindi potere lottare fianco a fianco di cittadini di ogni nazionalità.

Essendo le competizioni elettorali dominate dalla logica della politica nazionale, è anche necessario operare con strumenti diversi da quelli elettorali, come la partecipazione e la nonviolenza. Per questo Eumans si definisce “movimento paneuropeo di iniziativa popolare”.

Mi auguro che fioriranno organizzazioni della stessa natura, magari anche con obiettivi politici opposti dai nostri. Il popolo europeo esiste quando si unisce su obiettivi comuni che oltrepassano le frontiere nazionali, ma, per farlo, non possono bastare le organizzazioni nazionali.

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